{"id":4405,"date":"2022-06-09T11:31:44","date_gmt":"2022-06-09T09:31:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.apgpsicoterapia.it\/?p=4405"},"modified":"2023-03-21T10:50:47","modified_gmt":"2023-03-21T09:50:47","slug":"una-difficolta-della-psicoterapia-di-gruppo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.apgpsicoterapia.it\/2022\/06\/una-difficolta-della-psicoterapia-di-gruppo\/","title":{"rendered":"Una difficolt\u00e0 della Psicoterapia di Gruppo"},"content":{"rendered":"

Dott. Guido Pozzo-Balbi<\/em><\/p>\n

Riflettendo e confrontandosi con i colleghi psicoterapeuti che si dedicano alla psicoterapia psicoanalitica di gruppo, spesso si giunge al riconoscimento della grande fatica da fare per convincere e coinvolgere pazienti in questa forma di cura, rimpiangendo un periodo passato in cui il gruppo era molto richiesto e si presentavano persone che addirittura ne chiedevano l\u2019accesso.<\/p>\n

La sensazione \u00e8 che una certa temperie culturale, fondamentalmente post-sessantottina, fosse portatrice di un\u2019idea ingenua di salvezza attraverso un\u2019esperienza di gruppo fondata sulla libert\u00e0 di parola e sull\u2019invenzione di nuovi modi di essere e fare comunit\u00e0, spesso contrapposta alla famiglia patriarcale. E che questa temperie sia ora irrimediabilmente perduta, insieme con le speranze di un cambiamento politico \u201cdal basso\u201d, e del senso di appartenenza a qualcosa di meta-individuale, mediato da strutture intermedie (partiti, movimenti, gruppi di studio e ricerca sociale, strutture religiose\u2026) ora sempre pi\u00f9 in crisi e poco frequentate.<\/p>\n

Il gruppo, come spazio potenzialmente salvifico e espressione di libert\u00e0, viene visto con diffidenza, come un luogo che promette illusoriamente una felicit\u00e0 che poi non mantiene, trasformandosi in un meccanismo burocratico spersonalizzante e noncurante dei bisogni e dei desideri dell\u2019individuo, diventato \u201cuno fra i tanti\u201d. Come se un\u2019idealizzazione eccessiva si fosse scontrata con una realt\u00e0 deludente, produttrice di infelicit\u00e0 e di inutili limiti alla libert\u00e0 individuale.<\/p>\n

Chi pratica la psicoterapia di gruppo di certo rabbrividisce di fronte ad una visione cos\u00ec distorta e persecutoria del gruppo, ripensando alla estrema cura con cui si presidiano le dinamiche per riuscire a portare il gruppo terapeutico alla \u201cbuona socialit\u00e0\u201d di cui parla Neri, fondata sul riguardo reciproco fra i partecipanti e su un\u2019autenticit\u00e0 non spontaneistica ma empaticamente sensibile.<\/p>\n

Ci si pu\u00f2 chiedere da dove derivi tutta questa diffidenza, posto che sembra difficile che ogni persona abbia sperimentato inevitabilmente gruppi deludenti e massificanti, o esperienze predatorie e di sfruttamento. O almeno nella loro biografia non sembra sempre reperibile una tale esperienza.<\/p>\n

Una chiave di lettura mi \u00e8 giunta da un\u2019interessante osservazione di Silvano Tagliagambe sul tema del \u201cconfine\u201d.<\/p>\n

Nella concettualizzazione proposta, il confine \u00e8 certamente ci\u00f2 che delimita l\u2019interno dall\u2019esterno, che definisce e distingue. Ma \u00e8 anche un filtro, una membrana: si guarda l\u2019esterno attraverso questa membrana. Non si vede mai direttamente, ma l\u2019oggetto viene ricostruito dall\u2019attivit\u00e0 di conoscenza attraverso questo filtro, che pu\u00f2 essere pi\u00f9 o meno poroso, pi\u00f9 o meno distorcente, ma comunque interviene come una cornice di senso che in qualche modo predetermina alcune caratteristiche dell\u2019oggetto. Silvano Tagliagambe molto opportunamente segnala che le caratteristiche dell\u2019oggetto non sono una sua propriet\u00e0 esclusiva, ma sono l\u2019effetto che l\u2019oggetto stesso fa su di noi. Sono il frutto della relazione tra l\u2019oggetto e le nostre capacit\u00e0 di accogliere ed elaborare quello che dall\u2019oggetto ci giunge.<\/p>\n

Il confine, membrana pi\u00f9 o meno porosa, nel momento in cui definisce quello che sta dentro e quello che sta al di fuori della nostra identit\u00e0, definisce noi e il mondo esterno in modo pi\u00f9 o meno rigido, pi\u00f9 o meno accogliente. Un confine rigido e fortemente differenziante non potr\u00e0 che mostrarci l\u2019altro come potenziale nemico o invasore, impedendoci di vederne altre caratteristiche.<\/p>\n

Ci si pu\u00f2 quindi chiedere di che natura sia il confine identitario di chi, vedendosi proporre il gruppo terapeutico come forma di cura di un proprio disagio, reagisce con timore e diffidenza, come di fronte ad un pericolo da evitare o ad una forzatura non accettabile. Tenendo conto che stiamo cercando di descrivere una tendenza generale rilevata da molti colleghi in differenti situazioni, una fatica che segnala una resistenza, a volte pi\u00f9 forte, a volte meno, ma comunque presente.<\/p>\n

\u00c8 forse successo qualcosa a livello macro-sociale, nella cultura occidentale, che ci porta a vivere il \u201cnoi\u201d come una gabbia che limita insopportabilmente la libert\u00e0 sempre pi\u00f9 assoluta dell\u2019individuo umano? E poi, questa libert\u00e0, di cosa \u00e8 fatta? Liberi in che senso? Di fare cosa?<\/p>\n

Per comprendere qualcosa di questa attuale costituzione identitaria, fortemente focalizzata sull\u2019Io e sempre meno capace di realizzare soddisfacenti legami umani, si pu\u00f2 provare a rivolgersi ad un\u2019altra scienza, l\u2019Economia, che nella sua accezione liberale descrive un modello ideale umano, l\u2019Homo Economicus.<\/p>\n

L\u2019Homo Economicus, l\u2019uomo economico razionale, \u00e8 la pi\u00f9 piccola particella capace di agire economico. Ma quali sono, secondo la teoria economica, le sue caratteristiche? Kate Raworth, autrice di un bel saggio dal titolo \u201cL\u2019economia della ciambella\u201d, lo descrive cos\u00ec: \u201cUn uomo solo, con dei soldi in mano, una calcolatrice nella testa e l\u2019ego al posto del cuore\u201d.<\/p>\n

Adam Smith e John Stuart Mill iniziano a descrivere questo atomo del comportamento economico secondo un\u2019ottica riduttivistica, trasformandolo in un essere che desidera la ricchezza, disprezza il lavoro e ama il lusso. Decisamente simile ad uno psicopatico delinquenziale, privo di ogni freno derivante da emozioni, sentimenti, etica.<\/p>\n

William Stanley Jevons disegna \u201cil singolo individuo medio\u201d in modo da poter descrivere matematicamente i suoi comportamenti, perennemente teso a massimizzare l\u2019utilit\u00e0 attesa di ogni comportamento, a valutare e misurare la soddisfazione derivabile da ogni singolo atto di consumo. Ma, nonostante la legge dei rendimenti decrescenti dica che ogni volta che consumiamo qualcosa la soddisfazione derivata decresce, l\u2019essere umano resta insaziabile, la sua avidit\u00e0 \u00e8 infinita.<\/p>\n

\u201cCos\u00ec, alla fine del XIX secolo, la caricatura raffigurava chiaramente un uomo solitario, calcolatore a ciclo continuo e insaziabile nei suoi desideri\u201d (Rawhort). Ma non basta ancora. L\u2019Homo Economicus si dota, nel corso del XX secolo, di due attributi sovrumani: perfetta conoscenza e perfetta preveggenza di tutti i beni e tutti i prezzi di tutti i tempi.<\/p>\n

Un consumatore incallito e abbruttito, che calcola continuamente la soddisfazione economica attesa che pu\u00f2 ottenere dallo scambio con ogni altro essere umano. Una specie di predatore, che \u00e8 felice quando ottiene molto dando poco. Ogni altro comportamento, essendo meno vantaggioso, \u00e8 ritenuto \u201cda fessi\u201d, e quindi svalutato.<\/p>\n

Alcuni esperimenti hanno mostrato come questa figura sia diventata un modello di comportamento, per cui soprattutto gli studenti di economia tendono a comportarsi in conformit\u00e0 a questi valori, trasformando le loro relazioni in una continua valutazione di profitti, costi e rendimenti.<\/p>\n

In effetti, anche Freud, nel costruire la sua metapsicologia, si occup\u00f2 del principio economico, accanto a quello topico e dinamico, per descrivere l\u2019apparato psichico, e colloc\u00f2 il piacere in una posizione centrale nel novero delle motivazioni dell\u2019essere umano. Ma arricch\u00ec il suo modello di una complessa articolazione per poter spiegare l\u2019origine di comportamenti a prima vista decisamente anti-economici, comportanti rilevanti perdite e esperienze di sofferenza auto-provocate.<\/p>\n

Eppure la spinta a focalizzarsi sulla soddisfazione individuale tipica del consumatore, invitato ad acquistare qualsiasi oggetto in cambio di una promessa di soddisfacimento inevitabilmente deludente, trasforma anche chi ci consulta in un calcolatore di soddisfazioni attese: \u201cQuanto durer\u00e0 la terapia? Perch\u00e9 devo pagare le sedute che non faccio? Mi dar\u00e0 dei consigli su come devo fare per stare bene?\u201d<\/p>\n

E sembra inevitabile associare la presenza di altri in rapporto col terapeuta a concorrenti, persone con cui si deve competere ad esempio per il tempo disponibile per raccontare le proprie sofferenze, per ottenere attenzione e risposte dal terapeuta, unico competente ad offrire il rimedio per la propria sofferenza. Gli altri vengono visti solo \u201ca sottrazione\u201d, e non \u201cin aggiunta\u201d.<\/p>\n

\u201cA cosa mi serve sentire altri che si lamentando dei loro malesseri? Mi bastano i miei\u201d<\/p>\n

\u201cMa cosa mi porto a casa, se tutti stanno zitti?\u201d, diceva una mia paziente spazientita di fronte ad altri pazienti un po\u2019 spaventati nella prima seduta di un piccolo gruppo.<\/p>\n

\u00c8 una forte funzione antigruppo, modellata su valutazioni utilitaristiche immediate, sicuramente valide quando dobbiamo scegliere un bene di consumo, molto meno quando ci sperimentiamo in un percorso psicoterapeutico. Che non \u00e8 una merce come le altre, anche se il mercantilismo spinto sembra investire anche il nostro mestiere, quando veniamo bersagliati da mail di potenziali utenti che ci chiedono qual \u00e8 la nostra tariffa.<\/p>\n

Una spinta a produrre soggetti sempre insoddisfatti, resi dipendenti dall\u2019offerta di sempre nuovi oggetti di consumo, senza altra visione se non il proprio effimero benessere, che si dilegua prontamente.<\/p>\n

La psicoterapia di gruppo sembra porre un\u2019obiezione fondamentale a questo tipo di processo disumanizzante e asociale, offrendo all\u2019interno di una cornice ben definita, e presidiata dal terapeuta per quanto riguarda limiti e regole, uno spazio per esprimersi con libert\u00e0.<\/p>\n

L\u2019esperienza di partecipazione consente al paziente di sperimentare una nuova forma di razionalit\u00e0, che non esclude l\u2019altro come pericoloso competitore nell\u2019acquisizione di una risorsa scarsa (l\u2019attenzione del terapeuta, la sua parola), ma lo risignifica come un collaboratore degno di attenzione e rispetto. Ma qui siamo gi\u00e0 avanti, quando il soggetto che ci ha consultato \u00e8 disponibile a mettere in discussione la sua visione del mondo e dell\u2019altro, attraverso un confine che percepisce come angusto e rigido.<\/p>\n

Questo ha a che fare con l\u2019idea che, nei tempi attuali, il paziente possa avere bisogno di un certo periodo di tempo di psicoterapia individuale, in grado di \u201cammorbidire\u201d la corazza caratteriale e ideologica, e sperimentare l\u2019utilit\u00e0 di qualcosa di impalpabile e sfuggente come la situazione psicoterapeutica, con i suoi ritmi e le sue dinamiche, che sfuggono al controllo e al bisogno di quantificare ossessivamente il dare e l\u2019avere.<\/p>\n

La \u201cmerce\u201d psicoterapia si dimostra piuttosto frustrante nel breve periodo, al contrario del bene di consumo che, anzi, \u00e8 progettato per dare il massimo del beneficio nel pi\u00f9 breve tempo possibile e senza sforzo alcuno da parte del consumatore.<\/p>\n

A questo riguardo, \u00e8 noto che la progettazione dei farmaci, in particolare quelli da banco (antinfiammatori e analgesici) ha ormai come principale obiettivo ottenere il beneficio nel pi\u00f9 breve tempo possibile, come dire, in un \u201cact\u201d. Mentre la psicoterapia, con i suoi tempi lunghi e la fatica che chiede al paziente, appare decisamente fuori moda, o quantomeno di difficile comprensione per chi \u00e8 abituato ad ottenere quello che gli serve con un \u201ctap\u201d sulla app.<\/p>\n

\u201cMa adesso che le ho detto che sono arrabbiata perch\u00e9 mio marito non \u00e8 mai disponibile a fare niente con me, perch\u00e9 dovrei stare meglio?\u201d, dice una paziente, moglie e madre devota e servizievole, che sta iniziando a scoprire emozioni piuttosto difficili da integrare nella propria idea di s\u00e9.<\/p>\n

La razionalit\u00e0 dei tempi della psicoterapia psicoanalitica \u00e8 comprensibile solo con l\u2019esperienza, o forse a chi ha a che fare con la natura, con l\u2019allevamento di bambini, animali o piante, con i tempi lunghi dello sviluppo. E mette in discussione un\u2019idea semplicistica di s\u00e9, e della sofferenza psichica come un malessere strettamente individuale e di competenza di un tecnico in grado di intervenire per farlo scomparire. L\u2019ansia, l\u2019attacco di panico, il sintomo ossessivo vengono riletti in una cornice che chiama in causa familiari, genitori, mariti, mogli. Che riapre antiche vicissitudini del soggetto nel suo rapporto con il sociale familiare e la sua cultura, e consente di rileggere da un nuovo punto di vista le esperienze di assoggettamento e adattamento del soggetto al suo mondo relazionale.<\/p>\n

L\u2019illusione di libert\u00e0 del consumatore unico onnipotente viene meno nel riconoscere quanto limitate siano le scelte di un bambino nel rapporto con in mondo adulto, e quanto delle soluzioni individuate allora sia stato frutto di un laborioso processo, sempre conflittuale e mai concluso, nel tentativo di raccapezzarsi fra desideri, bisogni, spinte pulsionali e adattamenti necessari.<\/p>\n

La scoperta che l\u2019altro c\u2019\u00e8 sempre stato \u201ccome modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico\u201d rende pi\u00f9 comprensibile il coinvolgimento del sociale nella psicoterapia individuale, sotto forma di un gruppo in cui sperimentare una maggiore complessit\u00e0 relazionale, una vera e propria \u201cpalestra sociale\u201d. L\u2019altro pu\u00f2 allora diventare da rivale a collaboratore, in grado di tollerare proiezioni ed identificazioni, all\u2019interno di un contenitore capace di rendere pensabili le dinamiche che riemergono in modo a volte tumultuoso ed esplosivo.<\/p>\n

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BIBLIOGRAFIA<\/h6>\n